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4 film che in Italia hanno dovuto lasciare spazio al cinepanettone di turno – Parte due

Discorriamo di cinema
rubrica finanziata da Uwe Boll

Ci eravamo lasciati con un cliffhanger (si scriverà così? Meibi…) da sverniciare il Lost delle prime stagioni. O forse no. Comunque, l’articolo non era ancora finito e adesso vi beccate il resto.

In alternativa, potete andare in basso a destra della pagina e giocare a Snake, come ai tempi delle medie.
Prima di concludere questo ciarpame di introduzione, volevo farvi notare che ci siamo adeguati all’inizio del grande fratello: adesso anche noi abbiamo la pubblicità.
Solo che noi siamo sciccosamente poveri.

Iniziamo.Un pomeriggio, al mare, c’erano all’incirca 40 gradi all’ombra, dentro i freezer.

Temendo l’autocombustione, decisi di restare in casa a vedere un film…

Avevo questo City of God lì da vedere da qualche tempo. Mi avevano scoraggiato sia la locandina stile foto pubblicitaria di una serie tv scarsa, sia le recensioni del web, che lo dipingevano come una raffinata roba di stampo documentaristico, un pugno nello stomaco per via del realismo della realtà delle favelas elargito con la forza della noia.
Ed erano recensioni positive, ma scritte dai solite critici compiacenti delle loro abilità alla tastiera, quindi su di me fecero l’effetto opposto.

La pellicola del-a-me-sconosciuto Fernando Meirelles inizia in effetti un po’ lenta, con i protagonisti bambini costretti a crescere in un posto di merda e blabla devono crescere in fretta e vedono/fanno cose brutte brutte, ma non del livello dell’inaugurazione di un centro commerciale nella capitale di una delle economie più forti d’Europa.

Poi, dopo mezz’ora, stacco. Sono cresciuti, ed il film è dalle parti del filone “ho visto Pulp Fiction e voglio fare una cosa strafiga con i criminali strafighi”. Ecco una regia molto personale e originale che conferisce ritmo al tutto, recitazione convincente, una sceneggiatura ispirata, tratta da un libro, tratto quest’ultimo da una vicenda reale.

Dopo qualche momento anche divertente (vediamo uno dei peggiori tentativi di rapina dai tempi del precedentemente citato Snatch), parte un climax devastamte veloce come la luce che porta il film ai titoli di cosa.

Per farla breve, in Brasile, ormai quasi dieci anni fa (è uscito nel 2002), ce l’hanno fatta a fare un film con i controcoglioni. L’ambientazione, diciamo un po’ insolita rispetto ai solito Stati Uniti o U.K., aiuta a conferire originalità e tutto funziona a meraviglia. Escluso il buon Romanzo Criminale, quando riusciremo a partorire tra i nostri confini qualcosa di veramente valido in questo genere? Boh.

Ah, nota curiosa. Tempo fa stavo rileggendo le critiche questo film. Adesso la maggior parte parlano di “bello senz’anima”, “carino ma banale e scopiazzato”. Altro boh.
Altra nota curiosa: verrà tratta qualche anno dopo un’omonima serie tv. Adesso che lo sapete, andate in pace.

Per darvi un’idea di quanto sia stato bistrattato dalla distribuzione nostrana questo film, vi riferisco, a memoria, le parole che ho letto su qualche forum o sito ai tempi della sua uscita.

“Eravamo soltanto in due nella sala. Ci siamo dati uno sguardo all’inizio del film. Alla fine, ci siamo guardati ancora, e l’altro ha detto: “Mi ha proprio convinto!”

Caro, anonimo utente di non so quale anonimo sito, hai reso proprio bene l’idea. L’anno scorso ho trepidato all’attesa dell’uscita del dvd di questa piccola perla. Una trama stimolante, un attore che stimo molto (Sam Rockwell), e un regista esordiente, Duncan Jones.

Per non parlare di Kevin Spacey che doppia il miglior robot mai apparso in un’opera di qualsiasi forma, tipo e media.

Dura poco, Moon, appena un’ora e quaranta, ma riesce a trasmettere da solo più dell’80% dei film sci-fi usciti negli ultimi 10-15 anni. Tranquillamente.

Ha una suggestiva estetica da 2001 – Odissea nello spazio. Un attore protagonista che, letteralmente, si fa in quattro. Una colonna sonora strepitosa:

Moon è un capolavoro, pochi cazzi, della fantascienza moderna. Forse del cinema in generale. Ha i tutti i lati positivi dei film piccoli, indipendenti, senza i difetti che molto spesso colpiscono questo tipo di produzioni. Poche volte ho visto un budget di 5 milioni di dollari così ben speso.
Non ha i mostri spaziali di Alien, ma sa inquietare profondamente e ha un messaggio vero, e bello tosto. Senza morali inutili e tediosi. Solo una mazzata secca, per chi è in grado di coglierla.
Ne godranno appieno in pochi, anche perchè in pochi lo guarderanno.
Per intenditori.
Complimenti a Duncan Jones. Tale padre, tale figlio. E’ il caso di dirlo. Ho visto proprio oggi il suo secondo lavoro, Source Code, e non è niente male.

Alla prossima, e guai a voi se pubblicate trailer sul web, che vi tagliano le mani. Chiedete ulteriori informazioni alla SIAE.

~H.C. Loyd

Licenza Creative Commons
postato da Herwig Carden Loyd in Discorriamo di cinema | 1 Commento

1 commento

  1. […] visto sia una perla dalla rara bellezza: City of God è, infatti, un film assolutamente da vedere. Ne parlavamo a questi lidi ormai diversi anni […]

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