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Quella droga chiamata The Phantom Pain

Metal Gear Solid V: The Phantom Pain. A self made game

Metal Gear Solid V: The Phantom Pain. A self made game

Nel 2000 o giù di lì il primo contatto con la saga: Metal Gear Solid. In ritardo.

E non mi è piaciuto.

E meno male, perchè ho in seguito divorato il suddetto titolo, giocato a tutti gli episodi seguenti, provato di striscio quelli per MSX e atteso spasmodicamente quello che da un paio di settimane è l’ultimo arrivato, ovvero Metal Gear Solid V: The Phantom Pain.

Il racconto di quel primo contatto fallimentare arriverà, prometto. Così come un resoconto completo antologico nostalgico sticazzi di tutta la saga (Diane, idea per un post #48: Metal Gear Saga.)

Fatto sta che dopo una ventina di ore di gioco, The Phantom Pain è diventato una droga. Cavalchi per l’Afghanistan, liberi prigionieri, raccogli piante, picchi i tuoi soldati e ti fai dire grazie. E ripeti, ripeti, ripeti. Ogni tanto, espandi la base, sviluppi nuove armi e ascolti hit anni ’80, per spezzare un po’.

La droga fa vedere doppio. Quello di cui si fa Kojima quadruplo.

La droga fa vedere doppio. Quello di cui si fa Kojima, invece, quadruplo.

La varietà di situazioni non lo rende mai (ancora) ripetitivo.

E poi: è Metal Gear.

Dopo 22 ore di gioco, la prima valutazione S! Soddisfazioni!

Dopo 22 ore di gioco, la prima valutazione S! Soddisfazioni!

Ci sono le polemiche, le paure sul finale e gli insulti per Konami: al momento non importa niente.

Devo aprire Steam: un altro prigioniero attende di essere salvato.

 

Encore:

“Viene anche lei?”

Vaffanculo a te, Kaz. E ai traduttori.

postato da Herwig Carden Loyd in Recensioni - Videoludica | 2 Commenti

2 commenti

  1. Nicholas Sandford scrive:

    Hei, ti sei dimenticato di citare le importantissime missioni di sminamento!
    Il punto più alto della saga direi.

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