Sessantananosecondi

60 nanosecondi, 100 all'ammore

Recensione Django Unchained

Un bel giorno stai cazzeggiando su Internet e scopri che a Natale esce il nuovo film di Tarantino. Ed è un western.

Sei felice, perché sai già che sarà formidabile. Poi, scopri che nel tuo paese non esce a Natale, bensì il 17 gennaio. Pazienza, attendi ogni volta qualche anno, due settimane in più non possono fare la differenza. E poi al 17 gennaio mancano ancora svariati mesi.

Bene, il 17 gennaio è stato una settimana fa, ma Django Unchained l’ho visto soltanto ieri. Il tempo di raccattare tutti gli amici e andare a vederlo tutti assieme. Se i vostri amici capiscono anche solo lontanamente di cinema, fatevi questo regalo. Assolutamente. Se non dovessero capire niente di cinema, pazienza. Andateci da soli.

Dicevamo… Django Unchained è bollato come western, ma è a tutti gli effetti Un Film Di Quentin Tarantino, così come Reservoir Dogs non è “solo” un film su una rapina, Pulp Fiction non è “solo” un film di gangster, Bastardi senza gloria non è “solo” un film sulla seconda guerra mondiale, Death Proof non è “solo” un horror/b-movie e Jackie Brown… beh, Jackie Brown non è “solo” una trasposizione di un libro.

Tralascio Kill Bill dalla pomposa costruzione della frase perché sto diventando inutilmente prolisso, tanto avete capito.

In ogni film dovrebbe esserci Christoph Waltz.

In ogni film dovrebbe esserci Christoph Waltz.

Il film si apre con il solito, magistrale, Christoph Waltz, che interpreta un dentista tedesco tramutatosi in cacciatore di taglie. La prima scena è un buon manifesto dell’intera pellicola: personaggi che brillano di luce propria, e assolutamente sopra le righe, dialoghi che catturano, una spruzzata di humor di classe e una valanga di violenza, che non so se definire “iper-realistica in quanto iper-esagerata”, o il contrario. Essì, perché Tarantino attinge da tutta la sua cultura formativa, quindi assistiamo ad un incredibili miscuglio di stili che plasmati assieme, incredibilmente, funzionano.

Abbiamo quindi lunghi dialoghi d’atmosfera, che fa molto trilogia del dollaro, ma anche una resa quasi grottesca delle scene d’azione, che attingono a tutta forza dall’exploitation anni ’70 tanto cara al regista. Assisti così ad un magistrale dialogo, e poi, PAM! All’improvviso qualcuno tira fuori la pistola e il sangue vola a fiotti come se nel montaggio sia finito un pezzo di uno dei migliori film dell’amico Robert Rodriguez.

Discorso simile può valere per la colonna sonora: si passa dall’ovvio Ennio Morricone a folli tracce rap/hip-hop senza soluzione di continuità.

Se sulle prima battute potrebbe lasciare straniti, lo strampalato minestrone funziona alla grande: gli eccessi stilistici sono sempre tenuti sotto controllo, e i colpi di testa registici hanno il solo effetto di dare l’idea di stare assistendo a qualcosa di unico. Classe e una spolveratina di trash, e il piatto è servito.

Dopo la prima, bella scena, l’ottima scrittura del film riesce nell’impresa di introdurre il passato dei protagonisti e illustrarci quale sarà la loro missione senza incombere nel più becero degli spiegoni. E così, tra qualche rimando registico a Jackie Brown e qualche genialata del Dr. Schultz, ci si ritrova immersi nella magia del grande cinema.

djangoE poi? E poi… va tutto alla grande. Un po’ di rimandi (pochi e ben studiati) ai crismi degli spaghetti western, come le scritte che appaiono su schermo nella vece di narratore, TONNELLATE di humour incredibilmente ben riuscito (favolosa autoironia del genere e dell’ambientazione, e il tutto senza rompere la sospensione nell’incredulità), gustosi camei (ne parleremo dopo, nel dettaglio), una giusta quantità di azione, che, quando presente, è assolutamente (e volutamente, solo un tonto potrebbe non capirlo) sopra le righe e, per finire, i soliti grandi personaggi made in Tarantino.

Come prevedibile, vista la mole di carne al fuoco, le quasi tre ore di durata non sono un eccesso ma il giusto mezzo per distribuire alla perfezione tutti questi elementi. Risultato: neanche un momento morto in 165 minuti.

Come starete notando, non ho fatto accenni alla trama: questo perché si può parlare di questa autentica opera d’arte per ore prima di dover toccare la storia. E poi non voglio rovinare niente a nessuno.

 

Come si posiziona questo film nella filmografia del regista? Beh, Django Unchained trasuda l’anima di Tarantino da tutti i pori, e seppur possa sembrare assurdo e pretenzioso, proprio per questo risulta leggermente differente dagli altri film del cineasta.

Per prima cosa, è evidente come il film sia un OMAGGIO. Non inteso come al solito, quando si parla di Tarantino: citazioni, rimandi, eccetera eccetera.

Questo film è un omaggio a tutto ciò che è caro al regista: prima di tutto è un omaggio al cinema. Semplice. Un omaggio al piacere e alla magia di raccontare, e farsi raccontare, una storia.

Poi è, ovviamente, un omaggio allo spaghetti western. A Leone, Corbucci e compagnia. E’ un omaggio ai film di serie b, la cui anima appare improvvisamente in lampi di violenza spudoratamente esagerata e in trovate stilistiche decisamente esilaranti.

Django Unchained è un omaggio a tutto questo e a molto altro, e poi, in seconda battuta, un film di Quentin Tarantino.

E che film.

E dove sarebbero le differenze? Beh, sono sottili, ma secondo me ci si accorge guardandolo: il tutto appare come un affresco, un rilassato affresco di un grande che rende grazie ad altri, più o meno grandi, che negli anni gli hanno donato il regalo più grande: i suoi film preferiti.

Per dare meglio l’idea, facciamo una paragone con il suo precedente film: Bastardi senza gloria è un film che si guarda seduti sul bordo della sedia, rapiti dalla tensione di alcune sequenze e dal coinvolgimento emotivo; Django Unchained si guarda comodamente spaparanzati in poltrona.

Sperando che duri ancora un po’.

django unchained kkk scene

Quando arrivi a vedere questo punto, hai appena assistito all’EPICITA’ (in senso comico e non).

Concludo sul discorso dei camei: abbiamo, come ormai risaputo, Franco Nero, protagonista del Django di Corbucci (che è una fonte d’ispirazione mica male a livello internazionale). C’è il buon Quentin, che riesce a dare, come sempre, un perché della sua presenza.

C’è il simpatico Jonah Hill, che appare in quella che è secondo me la scena più divertente della storia del cinema. C’è l’immancabile Don Johnson e c’è, direttamente da Death Proof, la stuntman Zoe Bell, che interpreta un’enigmatica balorda: zero battute, un paio di sguardi intensi che fanno pensare che la sappia lunga su chissà cosa… e poi, basta. Sparita.

Inutile parlare delle interpretazioni di Christoph Waltz, Jamie Foxx, Samuel L. Jackson e Leonardo DiCaprio: tutti maestosi a dir poco.

Ma sono tutte palle: guardatelo e basta.

postato da Herwig Carden Loyd in Discorriamo di cinema,In vetrina,Recensioni - Cinema | Nessun commento

Estasiato? Scandalizzato? Di' la tua!

Scrivi il tuo commento. Fanculo la censura!
Il tuo nome
Email (non sarà pubblicata)
Sito web (opzionale)
Il tuo commento