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Premi Nobel contro l’euro

Io non mastico economia, cerco di farmi un’opinione sui grandi temi finanziari un po’ alla buona. E così, da bravo cittadino italiano, ho sempre creduto che l’uscita dall’eurozona non fosse un’ipotesi da prendere in considerazione. Insomma, eravamo tra i fondatori di questa dannata Europa Unita: che vogliamo tirarci indietro? Un giorno mi imbatto, quasi per caso, su un articolo di un certo Krugman; parlava del fallimento dell’unione economica europea, e diceva espressamente che un paese come l’Italia avrebbe fatto bene ad uscirne al più presto. A sostenere questa tesi ci sono tante altre personalità di spicco, a cui io sinceramente non ho mai dato troppo ascolto. La differenza è che Krugman, Paul Krugman, premio nobel per l’economia, è una fonte che si presenta come qualificata ed affidabile, non uno strillone da piazza del mercato e neanche un fantoccio in giacca e cravatta. Divento perplesso: non mastico economia ma a farmi venire dubbi sono medaglia d’oro olimpica. Faccio qualche altra ricerca e scopro che esistono ben sei (sei, cinque più di uno, per dire) premi nobel per l’economia che si scagliano con forza contro l’unione monetaria europea. Che fare? È men male l’agitarsi nel dubbio, che il riposar nell’errore, diceva il Manzoni. E così eccomi qui a condividere i miei dubbi con voi. In fondo all’articolo metterò il link a tutte le fonti di cui mi sono servito. Buona lettura!

In questa sede ve ne presento due: Krugman e Pissarides.

Paul Krugman

PK

Sir Paul Robin Krugman, statunitense, premio nobel per l’economia 2008, professore all’università di Princeton.
Riporto qui la sua opinione espressa nell’articolo “Can Europe Be Saved?”, pubblicata da Times Magazine, il 12 gennaio 2011 (di cui consiglio la lettura integrale).

“C’è qualcosa di particolarmente appropriato nel fatto che la attuale crisi europea abbia avuto inizio in Grecia. Il fatto è che le disgrazie dell’Europa hanno tutte le caratteristiche di una classica tragedia greca”, dice all’apertura del suo breve saggio (Simpaticone, lui).  Krugman, nell’introduzione, fa una sintesi della crisi economica, poi si sofferma sul nostro continente e ci indica i colpevoli: le istituzioni e la moneta unica. Per spiegarci i motivi di tale accusa, l’economista decide sia il caso di ripercorrere la breve storia dell’unione europea.

“Tutto cominciò con il carbone e l’acciaio. Il 9 maggio 1950”. Il nucleo dell’europa era un accordo commerciale stipulato (inizialmente) tra Francia e Germania, quello che in seguito diventerà la CECA. “Da una parte, la nuova Comunità del Carbone e dell’Acciaio avrebbe reso una guerra futura tra la Germania e la Francia non soltanto impensabile, ma materialmente impossibile. E sarebbe stato il primo passo sulla strada verso una federazione dell’Europa”. L’accordo si ampliò con il tempo, si sviluppò in unione doganale e venne ad includere un numero sempre maggiore di membri. Dopo svariati altri accordi atti all’integrazione si pensò che il passo successivo più logico dovesse essere l’unione monetaria, la moneta unica.

“I vantaggi di una singola valuta europea erano ovvi. Non ci sarebbe più stato bisogno di cambiare il denaro quando si arrivava in un altro paese; non ci sarebbe stata più incertezza da parte degli importatori su quanto un contratto avrebbe finito col costare o, da parte degli esportatori, su quale sarebbe stato il valore effettivo dei pagamenti pattuiti. Nel frattempo, la valuta condivisa avrebbe rafforzato il senso dell’unità europea. Cosa mai poteva non funzionare?”. Krugman si diletta qui ad illustrarci gli argomenti (che lui chiama difficili) a favore di una unione monetaria. Poi lancia il suo monito: “Comunque, da una unione monetaria derivano benefici evidenti. Il fatto è che esiste anche un inconveniente: cedendo la propria valuta, un paese cede anche la propria flessibilità economica“.

Scusi professore, a quella lezione ero assente. Che diavolo è la flessibilità economica?

“Immaginate di essere nella condizione di un paese che, come la Spagna attuale, abbia conosciuto di recente salari e prezzi spinti in alto da una forte espansione immobiliare, una bolla che alla fine è scoppiata. Ora avete bisogno di recuperare quei costi. Ma far cadere i salari ed i prezzi è un’impresa difficile: nessuno vuole essere il primo a subire i tagli, specialmente senza l’assicurazione che anche i prezzi caleranno”, e ancora:

“Se voi disponeste ancora della vostra valuta, tuttavia, non sareste tenuti a passare attraverso la prolungata pena del taglio dei salari: potreste sempliecemente svalutare la moneta – ridurre il suo valore in rapporto alle altre valute – ed avreste di fatto provocato un taglio dei salari”.

Capito l’inghippo? Se la mia moneta vale meno i miei salari (nel confronto con la valuta di una nazione più forte) sono più bassi, e così il mio costo del lavoro. Ma professore- viene da chiedere- se svaluto la moneta poi spendere all’estero mi costa di più. E che, rinuncio al mio oktoberfest?

Scherzi a parte, la risposta non è semplice; Krugman ci espone il caso irlanda: “Nella crisi attuale, ci sono voluti due anni di elevata disoccupazione all’Irlanda per ottenere una riduzione del 5 per cento nei salari medi. Ma nel 1993 una svalutazione della lira irlandese portò ad una riduzione istantanea del 10 per cento dei salari, misurati in valuta tedesca”, insomma uno sforzo economico decisamente più sopportabile. Ma svalutare la propria moneta non è la soluzione a tutti i mali del mondo; di fatto, ricorda Krugman, esistono pro e contro nella moneta unica europea. “I benefici di una moneta condivisa dipendono dal volume degli affari su cui essa può avere effetti”, più crescono gli scambi all’interno del mercato europeo più l’euro fa valere le sue ragioni. “L’Islanda, con sole 320.000 mila persone, ha la sua propria valuta – e quel fatto gli ha dato un considerevole spazio di manovra. Perché, dunque, Brooklyn, con una popolazione che è grosso modo otto volte l’Islanda, non è un candidato persino più idoneo ad una valuta indipendente? La risposta è che Brooklyn, collocata com’è al centro del sistema metropolitano di New York invece che nel mezzo dell’Atlantico, ha un’economia profondamente avviluppata con quelle dei distretti vicini. E i residenti di Brooklyn pagherebbero un prezzo elevato se dovessero cambiare valuta ogni volta che fanno affari a Manhattan o a Queens”.
Quindi una realtà economica integrata in un ampio mercato trae benefici da una valuta comune. E questi sono i pro. Ma Krugman, maestro com’è di analogie bizzarre, ci domanda: è l’Europa un continente omogeneo? Le nazioni che la compongono formano una buona amalgama o ci sono grumi?

Prego, leggiamo con attenzione:

“A parte il clima, il paesaggio e la storia, la nazione dell’Irlanda e lo Stato del Nevada hanno molto in comune. Sono entrambe piccole economie di pochi milioni di persone altamente dipendenti dalla vendita di beni e servizi ai loro vicini. Sono state entrambe economie in forte espansione per la massima parte del decennio passato. Hanno avuto entrambe bolle immobiliari, che sono scoppiate provocando grandi danni. Entrambe patiscono oggi una disoccupazione circa al 14 per cento. Ed entrambe sono componenti di una più ampia unione monetaria: l’Irlanda è parte della zona euro, il Nevada è parte della zona del dollaro, anche conosciuta come gli Stati Uniti d’America. Sennonché la situazione del Nevada è assai meno disperata di quella dell’Irlanda. Prima di tutto, l’aspetto di finanza pubblica della crisi è in Nevada meno serio. E’ vero che i bilanci sia dell’Irlanda che del Nevada sono stati duramente colpiti dalla recessione. Ma gran parte della spesa pubblica dei residenti del Nevada dipende o deriva da programmi federali e non statali. In particolare, i pensionati che si ritirano in Nevada per il suo bel clima non devono preoccuparsi che le ridotte entrate fiscali dello stato minaccino i loro sussidi della Sicurezza Sociale o la loro copertura sanitaria con Medicare. In Irlanda, al contrario, sia le pensioni che la spesa sanitaria sono sulla lista dei tagli. Inoltre, il Nevada, diversamente dall’Irlanda, non deve preoccuparsi del costo dei salvataggi degli istituti bancari, non perché lo stato abbia evitato grandi perdite nei prestiti bancari, ma perché quelle perdite, in massima parte, non sono un problema del Nevada. Dunque, i conti del Nevada provocati dalla sporporzionata quota di perdite in cui sono incorse Fannie Mae e Freddie Mac, le agenzie di mutui assistite dal governo federale, saranno pagati da Washington, non da Carson City”.

Krugman poi ci ricorda che è più facile per i disoccupati del Nevada emigrare in uno stato vicino: stassa lingua, stessi costumi, stessi americani. Hai voglia per un irlandese andare in Germania! L’Europa non è fiscalmente (e neanche culturalmente) integrata. “Sappiamo che l’America ha un’unione monetaria che funziona, e sappiamo perché funziona: perché essa coincide con una nazione – una nazione con un potente governo centrale, un linguaggio comune ed una cultura condivisa. L’Europa non ha cose del genere, fatto che rese dubbie sin dall’inizio le prospettive di una moneta unica”.

[fonti in fondo all’articolo]

Christopher Pissarides

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Christopher Antoniou Pissarides, britannico-cipriota, cavaliere, premio Nobel per l’economia nel 2010.

Sir Pissarides un tempo era un sostenitore dell’euro; solo nell’inverno 2013 ammise di essersi sbagliato, e chiese dei provvedimenti che “ripristinino la credibilità dell’euro sui mercati internazionali” e che “ripristinino la fiducia che i paesi europei avevano gli uni verso gli altri”. Proprio quest’ultimo è un grande punto del suo pensiero: l’Europa Unita è, paradossalmente, uno dei fattori che maggiormente divide i paesi europei, soprattutto sul piano economico. L’euro crea sfiducie, incomprensioni, e finirà col buttare al vento decenni di integrazione promossa dai nostri padri.

Non ho trovato molto di Pissarides sull’argomento euro; in compenso esistono vari “speeches”, raccolti dal suo sito internet personale che espongono la sua opinione in materia d’Europa. Sir Christopher si interessa soprattutto di recessione, e dei provvedimenti che i governi prendono per attutire la caduta. “Ma la recessione non è l’unico problema. Anche quando i paesi stanno recuperando, il guadagno va principalmente alle classi ricche, che non hanno sofferto troppo la recessione” [1]. Si sofferma sui sistemi di stato sociale e gli analizza minuziosamente: dalla Svezia che offre alte garanzie di servizi al prezzo di una tassazione elevata, alla Gran Bretagna che ha solo i servizi base garantiti ed un mercato più libero ma un gran divario tra classi, ed infine all’Italia che raccoglie tutti i difetti (alte tasse, pochi servizi) e quasi nessun pregio (arg, cinico realismo cipriota). Ascoltiamo Pissarides: “Europa e Nord America sono entrate in recessione a causa di fallimenti finanziari sul mercato dell’immobile. La recessione è dilagata, ma dove nelle aree al di fuori della zona-euro i paesi hanno recuperato ed inizato a crescere, in questa (eurozona) siamo ancora in recessione” [2].

Forse, dico forse, Pissarides cerca di dirci qualcosa. L’euro era minacciato, dicevano, ma ora è virtualmente salvo. Eppure i tassi di disoccupazione sono ancora elevati, così come il livello del debito in molti paesi;  gli “incomes”, i guadagni, sono ancora sotto ai livelli del 2007 e si è persa ogni flessibilità (c’è l’austerity). “Una volta che abbiamo concordato di addottare un moneta unica abbiamo perso la diversità delle politiche monetarie, e dobbiamo accettare questo come la necessaria conseguenza delle mire a grandi obbiettivi. Ma io credo che il tentativo di imporre un modello economico unico alle nostre economie sia andato troppo lontano, con conseguenze negative per molte nazioni, specialmente quelle del sud Europa” [3].
Quando la bolla finanziaria è scoppiata i “governi si presero il compito di supportare e salvare le loro banche, ma dove nazioni come la Gran Bretagna potevano permettersi di farlo, i governi di piccole nazioni del sud (come la Grecia) non potevano” [4]. E allora queste piccole nazioni si sono rivolte all’Europa, al IMF (o FMI, Fondo Monetario Internazionale). Il risultato? “Questo ha automaticamente diviso l’UE, e in particolare la zona euro, da una unione di partner uguali in una di creditori e debitori: prudenti banchieri da una parte e clienti insolventi dall’altra. Queste NON sono le basi di una partnrship di successo”[5].

Insomma il potere oggi risiede nelle mani dei creditori, della Germania, del FMI, della commissione europea e della ECB (= BCE, Banca Centrale Europea, gli inglesi hanno il vizio di scombinarmi le lettere negli acronimi). Pissarides va avanti: come si muoverebbe una nazione con sovranità sulla moneta in una situazione del genere?

“Una nazione con moneta propria (nel corso di questa crisi n.d.r.) soffrirebbe una grande svalutazione e inflazione. Questo eroderebbe il suo potere d’acquisto e il livello di benessere dei cittadini, a causa dell’aumento di prezzo dei prodotti stranieri. Ma la “svalutazione” ha anche due benefici: rende i beni prodotti dalla nazione più economici e diminuisce il valore reale del debito” [6].

Daccordo. Ma un paese senza sovranità sulla moneta?

“In assenza di una valuta da deprezzare, le piccole nazioni dell’eurozona possono rimpiazzare questo meccanismo di correzione con uno che ci mette più tempo ma, almeno in teoria, ha gli stessi benefici” [7]. Di cosa parla il professor Pissarides? Ma ovviamente della “svalutazione interna”, quello che succede in Italia, e cioé “wage reductions to lower production costs”, riduzione dei salari per abbassare i costi di produzione.

“Ma la teoria della svalutazione interna non ha funzionato” [8], e dopo anni di austerity abbiamo ancota tassi di disoccupazione elevati così come la crescita del debito.

“La svalutazione interna nel mondo d’oggi non funziona. La riduzione dei salari è difficile da implementare perché questi non possono essere uniformati e affliggono i livelli di vita delle persone in modo selettivo; i prezzi non hanno spazio per cadere, perché molti beni e servizi che consumiamo a casa sono importati e il loro prezzo è deciso nei mercati internazionali; la svalutazione interna porta deflazione che rende la situazione del debito peggiore: più debito, più recessione” [9].

Se Krugman si fa un po’ crociato della battaglia contro l’euro, Pissarides tende a cazziare l’UE su più livelli. “Cosa possiamo fare in una situazione del genere? In mia opinione possiamo fare tanto ma stiamo facendo molto poco” [10]. La risposta è politica monetaria ed investimento pubblico. “La politica monetaria deve essere espansiva per invertire la deflazione e trasformarla in inflazione, svalutare l’euro e mettere più liquidità nell’economia” [11].

Allora non è solo una questione di moneta unica, ma anche di gestione della situazione; chi ha il potere di agire decide di “seguire politiche convenzionali che funzionano a lungo termine, e che non sono troppo male per guidare economie come la Germania anche in brevi periodi. Tutto sarà OK, a lungo termine. Bé, spero allora che Keynes sia provato sbagliato in una della sue frasi più celebri: a lungo termine saremo tutti morti!” [12].

~Seydlitz

Fonti e Note:

Krugman
http://www.fataturchinaeconomics.com/2011/01/puo-salvarsi-leuropa-di-paul-krugman-times-magazine-12-gennaio-2011/

e in generale: http://www.fataturchinaeconomics.com

Pissarides
[1]: ” But recession is not the only problem. Even when countries are recovering, the gains go mainly to the wealthier classes, which did not suffer much in the recession”.
[2]: “Europe and North America went into recession because of financial failures in the housing market. The recession spread but whereas the world outside the euro area recovered and started growing again, in the euro area we are still in recession”.
[3]: ” Once we agreed to adopt the single currency we have lost the diversity in monetary policy and we have to accept that this as a necessary  consequence of aiming at bigger targets. But I believe that the attempts to impose a single economic model on our economies have gone too far, with negative consequences for many countries, especially the ones of the European South”.
[4]: “Governments took on the task of supporting and saving their banks, but whereas countries like the UK could afford to do it, the governments of the smaller southern countries could not”.
[5]: “This automatically split the European Union, and in particular the euro area, from a Union of equal partners into a Union of creditors and debtors: prudent bankers on the one hand and misbehaving customers on the other. This is not the basis of a successful partnership”.
[6]: “A nation with its own currency will suffer massive depreciation and most likely large inflation. This will erode its purchasing power and the living standards of all its citizens will fall, as foreign goods become more expensive. But this depreciation also has two beneficial outcomes. It makes the country’s goods cheaper abroad and erodes the real value of the debt”.
[7]: “In the absence of a currency that can depreciate, smaller countries in the Eurozone can replace this correction mechanism with one that takes longer but, at least in theory, has the same outcomes”.
[8]: “But the theory of internal devaluations has not worked”.
[9]: “Internal devaluations in today’s world do not work. Wage reductions are difficult to implement because they cannot be uniform and they affect people’s living standards selectively; prices do not have much room to fall, because a lot of goods and services that we consume at home are imported and their prices are fixed in international markets; internal devaluations bring deflation which makes the debt situation worse; and they reduce living standards, they lead to further falls in demand and to more recession. Instead of correcting the imbalance in the first place we make it worse: more debt and more recession”.
[10]: “What can we do to get out of this situation? In my view we can do a lot but we are doing very little”.
[11]: “Monetary policy needs to be expansionary to reverse deflation and turn it into inflation, depreciate the euro and put more liquidity into the economy”.
[12]: “Follow conventional policies that work in the long run, and anyway they are not too bad for leading economies like Germany even in the short run. Everything will be OK in the long run. Well, I hope Keynes is proved wrong in one of his most famous dictums: in the long run we are all dead!”.

Tratti dal discorso “Social Europe in a Climate of Austerity”, Atene, giugno 2014.
http://christopherpissarides.com/speeches

in particolare: http://christopherpissarides.com/images/Eurofound_keynote_2014-06-23.pdf

postato da Christopher Llewellyn Seydlitz in Articolo | Nessun commento

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